Tafofobia
“Non è raro il caso che una persona venga seppellita come morta, mentre di morta non ha che l’apparenza”. E Carolina, al capitolo terzo di Il bacio d’una morta, apre questa “breve digressione” della sua storia, raccontando per filo e per segno il fatto di cronaca che le ha dato lo spunto per il romanzo. La tafofobia - il timore panico dell’essere sepolti vivi - ha radici antiche, ma è nei decenni antecedenti al Bacio che sembra conoscere una particolare diffusione.
Jan Bondeson, docente alla Facoltà di Medicina dell’Università di Wales, nel libro Buried Alive sostiene che, ancora durante l’Ottocento, molti medici confessavano di non poter distinguere se una persona era davvero morta oppure no. Questa incertezza spingeva i più allarmisti a proclamare (in buona fede, ma senza prove concrete) che numerose persone venivano sepolte vive.
Per evitare questo orrore, l’anatomista danese Jacques-Bénigne Winslow, alla fine del Settecento, fissò in un suo libretto una serie di prove utili ad accertare che la morte degli aspiranti cadaveri fosse indubitabile. Secondo Winsolow, occorre prima di tutto provare a:
- irritare il naso con polveri starnutatorie e succo di cipolla, aglio e barbaforte;
- fregare le gengive con l’aglio;
- “stimolare” la pelle con frustate e ortiche;
- irritare gli intestini con un clistere acre;
- stringere le membra con forza;
- gridare o fare rumori orrendi alle orecchie;
- versare aceto di vino e sale o urina calda nella bocca
Se questi trattamenti non sortiscono alcun effetto sul povero morto, per togliersi ogni dubbio si può passare a:
- tagliare le piante dei piedi con lamette da barba;
- versare cera bollente sulla fronte;
- mettere insetti nelle orecchie;
- pizzicare i capezzoli con una tenaglia;
- infilare un attizzatoio rovente nel posteriore;
- tirare ritmicamente la lingua per tre ore
In Germania invece si costruirono degli obitori dove i corpi venivano messi sotto osservazione per almeno 72 ore, o fino a quando cominciavano a putrefarsi. All’obitorio di Berlino si mise a punto un sistema che collegava le dita dei morti a un campanone. A Monaco questo sistema fu perfezionato, collegando le dita a un armonium!
Un’altra risposta alla montante tafofobia fu l’invenzione delle “bare di sicurezza”. L’idea di fondo di questo ritrovato è che svegliandosi in una bara di questo tipo, c’è la possibilità in qualche modo di “farsi vivi” con le persone che stanno sopra terra.
Anche in questo caso si è pensato a una corda collegata a una campanella posta sopra la tomba, ma c’è chi ha proposto un vero e proprio tubo di comunicazione tra la bara e l’esterno, in modo che il custode, camminando per il cimitero, possa eventualmente sentire le grida dai risvegliati. Peraltro il tubo offre il vantaggio di dare da mangiare al presunto morto in attesa di esumazione. L’inventore della bara del tubo, il tedesco Herr Gutsmuth, provò due volte a farsi seppellire nella sua creazione: la seconda volta mangiò dal tubo una zuppa regionale con salsicce e birra, dopodiché - sempre attraverso il tubo - intrattenne con un discorso filantropico il pubblico che si era radunato intorno alla sua tomba mentre veniva dissotterata.
La tradizione delle “bare di sicurezza” è sopravvissuta all’avvento delle nuove tecnologie. In America ci sono delle bare equipaggiate con telefono, termosifone, cibi e bevande. Anche in Italia, Fabrizio Caselli ha inventato la "Bara Morte Serena" dotata di computer, micro-telecamere, sirene di allarme, microfoni, sensori e rilevatori del battito cardiaco. Per poter sfruttare tutti questi strumenti laggiù, bisogna però avere la prontezza di svegliarsi al più presto, visto che si è calcolato che in una bara dopo circa un’ora non c’è più aria pura da respirare. Sepolti vivi, non state dunque a dormire!


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