Il mio nick è il mio nome per intero, perché non ho mai scritto alcunché volendo nascondermi. Se c'è la possibilità di mettere una foto nell'avatar, lo farò immediatamente.
Tutto ciò perché questa faccenda, rilevante nella mia vita, non mi fermerà mai dall'essere me stesso e dal considerarmi una persona di valore. Miliardi di persone "famose" soffrono di cose simili, loro stra-vivono, perché mai dovrei essere io a vergognarmi di stra-vivere? A patto che io stra-viva, ovviamente, ma non vi sto parlando di chi io sia e che vita io davvero faccia, bensì di ciò che io aspiro ad essere, e siccome sono una persona ambiziosa e con qualità personali anche spiccate (me lo dico da solo? Sì, mi riconosco alcune qualità, non le nego tanto quanto non nego i difetti), non vedo perché ridurmi ad un nick.
Premesso ciò, premetto altro: questa non è una storia ottimistica.
Ottimistiche sono altre cose che mi riguardano, semmai, ma quelle sono cose staccate dalla fobia, ripeto: le qualità ci sono, ma non sono qui per parlare di quelle.
La mia storia con questa fobia data 38 anni. Quelli che ho. Da ieri, potete farmi gli auguri. :-p
Non conosco un solo giorno della mia vita in cui io non abbia avuto questa fobia, e non so come si possa vivere senza di essa. Male, perché questo m'ha sempre fatto sentire un "diverso", pur essendo io del tutto "normale". Male, perché è come se io non possa capire la vita degli "altri". Male, perché c'è un mondo che tutti conoscono e io non conoscerò forse mai. Male, perché non so come si cambia.
Ho sempre avuto il terrore di vomitare. Fino ai miei 12 anni, però, il fenomeno era limitato ai casi in cui vomitavo sul serio, ovvero, almeno una volta ogni quattro anni, avrò vomitato tre volte - nella mia memoria - prima del 1985... tutte e tre quelle volte furono cose abominevoli, e qua mi capirete, ma almeno scomparivano dai miei "dati" fin dal giorno dopo.
Perciò, pur sentendomi irrimediabilmente un "diverso", l'emetofobia non mi impediva di condurre la vita d'ogni altro ragazzino: andavo in gita, prendevo i pullman, andavo in aereo, mangiavo senza problemi, ecc.
Penso di non aver mai vissuto vita più bella di quella che ho vissuto tra il mio primo anno di vita e i miei 12 anni. La rimpiango da sempre.
A 12 anni, vedo i miei genitori divorziare. Già da un anno, le cose andavano male, e quell'atmosfera di bellezza che c'era stata fino ad allora era già cominciata a svanire.
Pur di tenermi alla larga dal loro divorzio, i miei mi mandarono a fare il boy scout, fu un'esperienza orribile. Per chi ha fatto lo scout non sarà una novità, e a molti queste cose piacciono un sacco, io le odiavo: le uscite, dormire fuori casa con altri ragazzini, fare i campeggi estivi, insomma, in generale vivere senza i propri genitori.
Al campeggio dell'85, cominciai a reagire stranamente rispetto al solito: piangevo di continuo, volevo tornare a casa. Il capo-scout me lo stava permettendo, ma i miei furono risoluti: dovevano divorziare, sarei tornato solo a cose fatte.
Un giorno di settembre, domenica 8 settembre (come molti di voi, ricordo a memoria le date dei miei vomiti), mi svegliai con lo stomaco sotto sopra, stavo male, non avvertivo dolori (è tipico mio, mai un dolore, solo enorme pesantezza e senso di nausea), ma stavo davvero male. Non ero ancora arrivato alla fase psicotica della mia fobia, quindi non stavo capendo cosa stava succedendo, poteva accadere ogni cosa.
Infatti, con mio padre andammo al bar, lui mi comprò un succo di frutta, ma nulla si sbloccava. Mi vengono i brividi a pensarci, ancora oggi...
Provammo a dare due calci al pallone, magari smuovendomi potevo liberarmi, sapete, "l'aria alla pancia"... niente, stavo peggio.
Quel giorno, nella mia città (Terracina, anche se avevo vissuto a Roma fino ad allora) arrivava una corsa ciclistica di secondo piano, il lungomare era gremito di gente, e fu proprio lì che avvertii il primo conato... immaginatevi il contesto... conato di vomito-fobia-folla...
Corsi via da lì, papà mi lasciò andare, casa di mia nonna era a due passi da lì, era lì che stavo scappando. Mi fiondai al bagno, ma non uscì niente.
Da mia nonna pranzavamo tutti, d'estate, la mia famiglia (un dirigente d'azienda di Verona e un'impiegata comunale di Terracina) e quella di mio zio, fratello di mamma, che aveva sposato una scozzese, dando vita a tre cuginette, stabilitisi a Roma come noi fino ad allora.
Quel giorno c'eravamo tutti, ma io fui messo in cameretta a riposare. Stavo proprio male.
I miei zii a fine pranzo ripartirono per Roma, mio padre scomparve, mia madre mi gestì per il resto del pomeriggio... mi portò a casa, io tentai di distrarmi con il calcio (era la prima di campionato, sono romanista, la radio era l'unica risorsa all'epoca), ma stavo sempre e solo peggio... mi limitai ad una tazza di thé con due-tre fette biscottate, cosa che mai più ho riprovato in vita... niente, stavo davvero male.
Mia madre mi riprese più tardi, riportandomi da nonna... poi, verso le sei di sera, tornammo definitivamente a casa, ma proprio sotto il cancello di casa, ecco il fattaccio: altro conato, e vomito. Ero INCREDULO. Stava iniziando la notte più lunga della mia vita...
Vomitai svariate volte, pur avendo "zero" nel mio stomaco (tre fette biscottate?), e vomitai per tutta la notte.
Pallidamente ricordo mio padre che comparve di nuovo mentre io stavo sulla tazza del WC a vomitare, mi ricordo che aveva una valigia e che andava a Roma da sua madre, mia nonna paterna... col tempo, m'è stato chiarito che quel giorno papà stava lasciando casa per sempre... era ovvio il motivo del mio vomito...
Da quell'8 settembre 1985, la mia vita è diventata altro.
La mia emetofobia s'è allargata a tutti i casi possibili, non più legata solo al momento reale del vomito.
In gita sono andato con mille sforzi e con mille precauzioni; l'aereo non l'ho più preso dall'86 in poi, viaggio a Londra; ho viaggiato sempre di meno; allontanarmi da casa è stato man mano più difficile; il mio senso di "diversità" s'è ampliato; ho cominciato a vivere di medicinali, i soliti: [parola censurata], [parola censurata], A******* ... cominciai a non mangiare più, a volte veri e propri digiuni; iniziava la mia adolescenza, e io facevo di tutto per non crescere, non fare passi in avanti, bloccare la mia crescita, non ingerire, non vivere; feste e festicciole sì, ma a patto di stare attento a tutto; mai un goccio di alcool (mio padre dirigeva uno stabilimento Carlsberg!!!), mai una tirata di fumo, contatti con gli altri iper-controllati, una vera e propria "non vita" o meglio "vita con limiti", e non per scelta, ma per paura.
Eppure, c'è sempre stata una parte di me che avevo staccato del tutto da questo mondo: era la parte di me che voleva vivere, si ribellava, portava i capelli lunghi (in anni in cui erano fuori moda), si divertiva a provocare la gente, diventava cultrice di musica (ne sono un divoratore, nonché musicista), si creava miti e modelli "cool" che mi davano l'idea di qualcosa di lontano mille miglia dalla mia tragica "diversità", spesso miti e modelli estetici da seguire nel look e nelle ambizioni, e vi cito Sting e Alain Delon, che mi rappresentavano un'idea di "maschiezza" impermeabile al vomito, capace di fregarsene, gente di successo, gente ammirata, gente che sarebbe stata capace di vomitare senza alcun problema, soprattutto gente che il vomito avrebbe attaccato raramente, sapendo di "perdere"...
M'ero creato l'alter ego... è tipico nostro, no?
Mi direte, adesso: e gli psicologi???
Non ci crederete, ma non intervenimmo psicologicamente, nonostante fosse chiarissimo che io stessi peggiorando. Nemmeno i miei digiuni aprivano gli occhi né a me né ai miei... forse mamma e papà erano ancora occupati a fare i conti con la solitudine dopo il divorzio, io però rimanevo "scoperto"... non che i miei non si preoccupassero, ma si finiva con la solita frase, quella che v'avranno detto tutti: "ma è solo una fobia, crescerai e ti passerà, come succede a tutti"...
Nel 1991, a 18 anni, dopo un quinquennio e passa di adolescenza povera di esperienze formative (figuratevi, con tutti i limiti che mi ponevo...), sebbene ricchissima di esperienze interiori ("artistiche"), finalmente mio padre capisce che è ora che intervenga lo psicologo... io continuavo a evitare la vita "degli altri", pur avendo tanti amici (sono una persona approcciabile), continuavo a sentirmi "diverso", non volevo proprio nemmeno pensare a "crescere", io volevo rimanere quello del the freddo, della Coca-Cola, dei capelli lisci a caschetto da bambino, quello con mille limiti ma anche con l'alter ego come punto di riferimento... MAI PENSAVO DAVVERO A CAMBIARE ME STESSO E DIVENTARE L'ALTER EGO SUL SERIO... le due cose (la mia vita reale e l'alter ego) dovevano RIMANERE SEPARATE. O forse, ero convinto che NON POTESSERO CHE VIVERE SEPARATI... era impossibile per me immaginare un'altra vita rispetto alla mia, non sarei MAI potuto essere "come gli altri".
Papà capì che a 18 anni stavo perdendo tempo, e mi mandò dallo psicologo... che tre anni dopo divenne lo psicanalista, a Roma, tre volte a settimana, io sulla statale Pontina avanti e indietro, soldi a palate da dover spendere...
Sì, la macchina la guidavo, m'era andata bene, stranamente, perché di "cose nuove" da imparare a fare io NON VOLEVO SAPERNE... ma la macchina ti slegava dai mezzi, era TUA, la gestivi tu, se per caso ti sentivi male, potevi fermarti, tornare indietro, lo decidevi tu...
8 anni di psicanalisi. Vi spaventano?
Dal 1994 al 2002, 8 anni filati, dai miei 21 ai miei 29... e NON NE FACEVO ALCUN MISTERO... come già detto, l'alter ego mi spingeva a fare amicizia, avevo la mia comitiva, nella quale m'ero ritagliato un posto protetto, gestito da me, inamovibile, pieno delle mie "qualità", capace di tentare una vita simile a quella altrui, con quelle "qualità" in più da giocarmi, ma con difetti tragici, la fobia essendone quello più tosto... quindi, la fobia m'aveva trasformato in una persona SENZA VERGOGNA O IMBARAZZO, perché non potevo nascondere alcunché, ammettevo e informavo, tutti sapevano, ma nei nostri casi solo vivendo in diretta un attacco di panico gli amici capiscono davvero di cosa si tratta...
8 anni di analisi: troppi, eh?
E mi si chiederà: "beh, hai risolto, quindi?"
No.
L'analisi m'ha "solo" (beh, non è poco) fatto capire che sotto quella fobia c'era TUTT'ALTRO TIPO DI PROBLEMATICHE: anno per anno, mi si chiarivano alcune problematiche che avevo sempre sottovalutato, ma che, una volta scoperte, mi sembravano MACIGNI INSORMONTABILI tanto quanto quella fobia.
La mia "diversità" non era solo nell'avere la fobia, ma in tutte le cose che non facevo e che "tutti" invece avevano fatto da secoli... e questo mio "non fare" m'aveva donato complessi vari, ritardi, resistenze da pazzo, disperazione.
Solo il mio alter ego "viveva", e "faceva le cose": suonavo, dal vivo... cantavo, dal vivo... facevo serate... avevo davanti a me folle di persone sconosciute... il palco me lo mangiavo, non era un problema... intrattenevo... ero brillante nell'interazione con gli altri... sì, ma TUTTO QUESTO ERA UNA FACCIATA.
Perché poi, nel conoscermi bene, saltava fuori il resto... bastava "farmi saltare i piani", scombinare la mia gestione delle cose, che ne so... offrirmi una birra in più, passare una notte fuori di casa più a lungo del solito, dovermi spostare lontano da casa per suonare, anche avere rapporti con l'altro sesso... e nel giro di pochissimo tempo, saltava fuori tutto... cose che io peraltro non nascondevo, come detto: tutti sapevano che io andavo dall'analista, che "pare che avessi una fobia strana", ma un conto è dirlo, BEN ALTRO E' FARLO PESARE SUGLI ALTRI! Non immaginate (anzi, forse, sì, solo voi potete immaginarlo) quanto DELETERIA è stata la mia condizione per i miei rapporti più importanti... bastava davvero poco perché gli "altri" capissero cos'avessi e si mettessero paura... perché, credetemi, NESSUNO VUOLE AVERE I VOSTRI "PESI", la gente ha già fin troppi problemi di per sé, non si caricherà dei vostri...
Insomma, 8 anni di analisi, io che scopro i miei problemi profondi, vado oltre la fobia, quindi, ma... la soluzione? MACCHE'... anzi, adesso semmai avevo di fronte a me MILLE PIU' PROBLEMI conclamati rispetto a prima - quando c'era solo la fobia - ma MICA SIGNIFICAVA CHE SAPEVO COME RISOLVERLI!!!
Dopo 8 anni, ormai, non sapevo cosa più raccontare al mio analista, e lasciai.
29 anni così... tentai con il lettino della semi-ipnosi... un anno e mezzo, iper-rilassante, ma niente di più. Gli attacchi di panico continuavano, imprevedibili, io dovevo girare comunque coi medicinali in tasca e sapermi isolare quando le cose precipitavano... poi, finito tutto, tornavo ad "essere l'alter ego", e NON SEMPRE CI RIUSCIVO, perché ORMAI LA GENTE MI CONOSCEVA MEGLIO, e - rega' - la verità, una volta che esce fuori, NON LA NASCONDI PIU'...
Arrivato ai 30 anni, mi prese un'ovvia depressione... in fin dei conti, non si poteva continuare a vivere così, ma dall'altra parte NON SAPEVO COME SI POTESSE CAMBIARE, e davo per SCONTATO che non ce l'avrei mai fatta a cambiare, non avrei mai vissuto "la vita di tutti", sarei rimasto (scusatemi per i termini) "monco", "handicappato", "limitato". Lo so che non si devono fare accenni a parole come queste, ma era esattamente come mi sentivo.
Così, come "di moda" nel decennio scorso e anche oggi, mi cominciarono a prescrivere anti-depressivi e calmanti, perché secondo loro (i neurologi) io ero affetto da una sindrome ansioso-depressiva che andava curata anche coi medicinali, ma che necessitava di una terapia psicologica PIU' IMMEDIATA.
Dal 2004 fino a due anni fa, andai da uno psichiatra "comportamentista", che lavorava in tandem col mio neurologo, ma adesso avevo 31 anni, la vita passava via, lavoro zero, università fallita, mi rimanevano la musica e l'inglese, che avevo imparato direttamente da mia zia scozzese (grazie a lei, a vita) fin da piccolo...
La mia condizione ormai era più RASSEGNATA che ansiogena... non ero un depresso, ero uno che (ascoltatemi bene) SI ERA ACCOMODATO NELLE SUE ABITUDINI E NEI SUOI LIMITI, E NON VOLENDO/SAPENDO CAMBIARE AVEVO ACCETTATO ANCHE UNA VITA DI PRIVAZIONI, anche a costo di NON CAMBIARE PIU'.
Più che "vivere" SOPRAVVIVEVO, pensavo di non poter fare meglio.
Ma questo mi provocava molta tristezza, ovviamente.
5 anni di terapia, un certificato internazionale per insegnare l'inglese privatamente, ma per il resto la RASSEGNAZIONE m'aveva portato via buona parte di quel famoso "alter ego": avevo abbandonato la musica, la mia comitiva s'era sciolta (beh, la gente cresce, cambia, va avanti, ha una carriera, NELLA NORMA...), io mi rinchiudevo sempre di più a casa, dove il computer da poco comprato aveva sostituito il mio storico "bloc notes" dove mi dilettavo a disegnare o annotarmi le cose...
Ragazzi, anche 5 anni di terapia non analitica NON CE L'HANNO FATTA: lo psichiatra mi disse, due anni fa "Gianmari', qua o DECIDI DI CAMBIARE e cominci a fare qualcosa di concreto nella tua vita, o IO NON SO PIU' COME ANDARE AVANTI, anzi, mi RIFIUTO DI ANDARE AVANTI, anche a costo di rinunciare ai tuoi soldi".
Capito?
La bacchetta magica che ti toglie il problema NON ESISTE. Sei TU la tua bacchetta magica, ma devi SAPER DECIDERE, FARE LA SCELTA, CAMBIARE, AFFRONTARE CIO' CHE TI SEMBRA IMPOSSIBILE, gradualmente.
E io non accettavo tante di quelle cose... rifiutavo tante di quelle cose... seglievo di NON SCEGLIERE... non affrontavo mai l'impossibile... mai provavo a fare quello che facevano "gli altri"... immaginatevi a 35 anni come ci si senta a SAPERE DI NON POTER AVERE RAPPORTI PROFONDI CON LA GENTE, PERCHE' NON PUOI VIVERE AL LORO RITMO... PERCHE' SEI "DIVERSO"... E PERCHE' CHI ATTRAI CON L'APPARENZA POI SE NE SCAPPA APPENA SA CHI SEI DAVVERO... e - badate bene - non è cattiveria!!! Non sono cattivi... è solo "SELEZIONE NATURALE": la gente vuole VIVERE SENZA TROPPI PROBLEMI, e se tu glieli poni di continuo puoi anche essere Dio sceso in terra, ma nessuno ti seguirà. Perché DOVE S'E' MAI VISTO UN DIO SCESO IN TERRA (seguo l'esempio "estremo" che ho fatto, uso l'assurdità per farvi capire meglio cosa intendo) CHE HA TUTTI QUESTI PROBLEMI E COMPLESSI?
Non conta una ceppa "apparire" o "abbagliare", conta solo CHI SEI DAVVERO E COSA DAI SUL SERIO...
Insomma, due anni fa il mio psichiatra mi spiattellò questa verità addosso, mi fece capire che ormai IO M'ERO ACCOMODATO NEI MIEI LIMITI, CAPACE ADDIRITTURA DI VIVERE CON QUALCHE ATTACCO DI PANICO, CON GLI INCUBI, CON LA FOBIA MODERATA DALLE MEDICINE, E SENZA I BENEFICI DI UNA VITA "NORMALE", PUR DI NON AFFRONTARE LE MIE PROBLEMATICHE!!!
Aveva totalmente ragione.
Da ieri ho 38 anni, vivo la maggior parte del mio tempo dentro casa, i medicinali m'hanno "regalato" 20 kg in più (!!!), non m'interessa più tanto coltivare le amicizie, non penso assolutamente di poter cambiare, so solo che prima o poi i miei genitori non ci saranno più, e io DOVRO' GIOCO FORZA VIVERE DA SOLO, CON LE MIE FORZE, SENZA UN LAVORO (a meno che io adesso non ingrani), SENZA UN AMICO, SENZA UNA DONNA, SENZA NIENTE. E la cosa peggiore è che TUTTO QUESTO NON MI SPAVENTA AFFATTO!!!!!!!!!!!!!!! Mi spaventa ancora di più, persino dopo 38 anni così, AFFRONTARE CIO' CHE MI SEMBRA IMPOSSIBILE, APRIRMI AD UNA VITA DIVERSA, LASCIARMI ANDARE ALLA VITA E AI SUOI FRUTTI, DIMENTICARE LA FOBIA, COMINCIARE A PENSARE CHE SI PUO' VOMITARE E CONTINUARE A VIVERE "ALLA GRANDE", AVERE QUALCUNO/A ACCANTO CON CUI COSTRUIRE QUALCOSA...
Sapete come si chiama tutto questo? Sapete cos'è la radice di tutto questo?
Attenti, è una parola che suonerà come un'accusa, allora riferitela SOLO A ME: si chiama TOTALE RIFIUTO D'OGNI TIPO DI RESPONSABILITA'.
Il mio male è quello lì. Non voglio impegnarmi nella vita.
E non solo per naturale svogliatezza, altrimenti sarei un nullafacente che però se la spassa... no, è perché MAI SONO USCITO DALL'AMPOLLA CHE I MIEI GENITORI M'HANNO OFFERTO, E CHE COMINCIO' A SCRICCHIOLARE QUELL'8 SETTEMBRE DEL 1985...
E non ne uscirò certo oggi.
Non è stato un racconto ottimistico, e non voleva esserlo. Voleva essere una testimonianza di DOVE PUOI ARRIVARE CON QUESTE FOBIE, io adesso non sono più spaventato né atterrito dall'idea di essere così, ma MAGARI QUALCUNO DI VOI, LEGGENDO, PENSERA' CHE IL DESTINO CE L'HA IN MANO, LASCERA' PERDERE "SOGNI DI BACCHETTE MAGICHE" E S'IMPAURIRA' TANTO DA POTER TENTARE DI CAMBIARE.
Per me? No, non spero in niente, per adesso io sopravvivo, poi vedremo, tanto la vita me la sono già distrutta per ben 38 anni, SEMMAI POSSO ASPIRARE AD UNA SECONDA VITA CLAMOROSAMENTE DIVERSA CHE MI RIPAGHI DI TUTTO, ma ce credo? No, per niente.
Aspetto commenti e intanto mi giro un po' il forum...
Vi lascio qui la mia foto, così ci conosciamo anche visivamente, ci tengo, io voglio COMUNQUE essere IO.
Ciao.
(io nel 2003)
(io oggi)
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ora cerco un sano equilibrio.... un lavoro da fare nei riguardi dei miei problemi personali e un lavoro "contro" la fobia... come una bilancia, cerco un equilibrio! ho capito che non posso levarmi un dolore e sperare che l'altro se ne vada con quello.. poco per volta, passo dopo passo, penso a entrambi


